Ciak! Medicina

martedì 14 settembre 2010

Indagine Onda, fratture da osteoporosi costano 7 mln al giorno

Milano, 13 set. (Adnkronos Salute) - Ogni anno 90 mila fratture tra le italiane over 60, con una spesa pari a 26 miliardi di euro per il Servizio sanitario nazionale: 7 milioni al giorno. Tanto costa la malattia delle ossa fragili nel nostro Paese, secondo i dati di un'indagine condotta da Elma Research per l'Osservatorio nazionale sulla salute della donna (Onda), presentata oggi nella sede del Comune di Milano in vista della Giornata mondiale contro l'osteoporosi che si celebra il 20 ottobre. Per l'occasione, 71 ospedali amici della donna, premiati con i 'bollini rosa' di Onda, offriranno servizi di prevenzione gratuiti (info online su www.ondaosservatorio.it).
Le fratture da fragilità ossea, causate principalmente dall'osteoporosi, colpiscono duro con forti ripercussioni sulla qualità di vita delle pazienti e dei caregiver che le assistono: soprattutto figli e famigliari, donne nei due terzi dei casi, per la metà lavoratrici. Dopo il 'crack', l'autonomia risulta compromessa in due donne su tre; i disagi fisici e cognitivi (in primis la depressione) toccano il 40%, e nel 7% dei casi l'evento porta alla morte. Senza contare le pesanti conseguenze economiche per lo Stato e le famiglie, costrette a rivoluzionare l'organizzazione della vita quotidiana: 5 ore di assistenza quotidiana o la necessità di assumere una badante. Non solo: un caregiver su due deve rinunciare al tempo libero e chiedere permessi al lavoro. Dalle interviste emerge che la frattura arriva all'improvviso, spesso come un fulmine a ciel sereno. Quando 'si rompe', una donna su due non sa nemmeno di avere l'osteoporosi perché non ha mai eseguito un controllo o una visita specialistica. Mentre tra quelle consapevoli della propria condizione, un terzo non assume alcuna cura. "Questa indagine - spiega Francesca Merzagora, presidente di Onda - è particolarmente interessante perché inquadra il problema delle fratture da fragilità indagando un target specifico di donne (pazienti che hanno subito un intervento chirurgico) e parallelamente dei loro caregiver. Abbiamo finalmente la fotografia di una realtà che spesso resta chiusa in 4 mura di solitudine, ma soprattutto abbiamo nuovi dati che le Istituzioni potranno fare propri non solo per migliorare i servizi, ma anche per migliorare gli interventi e le cure, ridurre costi medici e sociali, programmare utili campagne di prevenzione, soprattutto sulle giovani generazioni". Secondo Maria Luisa Brandi, presidente della Federazione italiana ricerca malattie ossee (Firmo), "è incredibile" come al momento della frattura "il 48% non sapesse di avere l'osteoporosi e solo il 12% assumesse farmaci. E come poche avessero parlato con il medico delle conseguenze della malattia. Addirittura, il 51% ha sostenuto di non aver avuto informazioni sull'aumento del rischio di fratture". Stupisce anche che "oltre un terzo delle donne prima della frattura non assumesse alcuna terapia o l'avesse interrotta. Inoltre, risulta che una donna su 10 aveva già avuto un'altra frattura". Infatti, "in media solo il 10% delle pazienti viene correttamente curato contro la rifratturazione, un evento ancora troppo frequente per le conseguenze ancora più gravi che comporta", avverte la specialista. "Se in linea di massima è corretto procedere immediatamente con l'intervento chirurgico - aggiunge Marco D'Imporzano, direttore della III Divisione di ortopedia e traumatologia dell'Istituto ortopedico Gaetano Pini di Milano - è fondamentale verificare prima lo stato di salute generale del paziente fratturato. Prima di qualsiasi intervento, il paziente deve essere stabilizzato ed essere messo in condizioni di sopportare" l'operazione. Cruciale anche "il decorso post-operatorio, che deve avvenire con personale specializzato all'interno di una Unità operativa in grado di gestire il malato a 360 gradi, sia dal punto di vista fisico che psicologico. Al Gaetano Pini è stata sperimentata per alcuni anni una Unità operativa di chirurgia ortopedica dell'anziano, esperienza poi trasferita a tutta la struttura ospedaliera". "A monte di tutto - puntualizza Raffaella Michieli, segretario nazionale della Società italiana di medicina generale (Simg) - resta comunque la prevenzione che, in teoria, andrebbe promossa già nella pancia della mamma. L'alimentazione della donna in gravidanza è infatti molto importante per la bambina che deve nascere. Anche l'eccessiva magrezza di molte, troppe adolescenti aumenta il rischio di osteoporosi", conferma il 'camice rosa'. "Fino a 25 anni, infatti, la massa ossea cresce fino a determinare il suo picco", ma "questo 'salvadanaio di calcio' tende a consumarsi con il passare degli anni. A questa età, dunque - raccomanda Michieli - alimentazione, peso proporzionato all'altezza, attività fisica, sole, regolarità ormonale sono fondamentali". Un'altra fase critica arriva poi dopo i 35 anni, al "momento della formazione della famiglia e del lavoro: a questo punto le donne cessano in maggioranza di svolgere attività fisica perché impegnate" a fare 'acrobazie' tra ufficio, casa, partner, figli piccoli e genitori anziani. "Così, arrivate ai 50 anni - prosegue il segretario Simg - il rischio di fragilità ossea, anche a causa della perdita dell'ombrello ormonale, continua a crescere e diventa ancora più importante identificare i fattori di rischio sui quali valutare la possibilità di prescrivere esami come la densitometria, utili a individuare le persone a rischio di frattura. Col passare degli anni si comincia quindi a prendere in considerazione la necessità di una terapia farmacologia che possa prevenire la frattura da fragilità", ma è fondamentale anche agire sull'arredamento di casa: "Togliere i tappeti, avere una buona illuminazione, prevedere appoggi in bagno, impedire l'uso della doccia" ai nonni, "non passare la cera e fare attenzione ai giochi dei nipotini che accidentalmente possono farci cadere". Se "prima della frattura vi era una autonomia totale nel 76%" dei casi, riprende Brandi, "a tre mesi dall'intervento si cammina solo con l'ausilio di una stampella (66%) e comunque non bene come prima (15%)". Addirittura, "il 13% non cammina. Dunque vengono a mancare quelle attività quotidiane fondamentali per il benessere di una donna di questa fascia d'età come fare un passeggiata, la spesa, prendersi cura di se stessa e della propria casa, vedere i nipotini. Nonostante questo, il 95% pensa che la propria condizione migliorerà con il passare del tempo", fa notare l'esperta. "A prendersi cura del familiare in questi lunghi, se non infiniti periodi di convalescenza e riabilitazione - precisa Merzagora - sono soprattutto figli, marito, badanti, parenti, vicini di casa. La figlia femmina raggiunge la percentuale più elevata, 39% al Nord, 67% al Centro-Sud. Questo è un dato che mette in luce una vera 'differenza di genere', che mette sempre la donna nelle condizioni di caregiver con tutte le conseguenze del caso", riflette. "Oggi - ricorda l'assessore alla Salute del Comune di Milano, Giampaolo Landi di Chiavenna - l'obiettivo primario è il miglioramento della qualità della vita attraverso un'attività di prevenzione che intervenga sui fattori di rischio modificabili dell'osteoporosi, per limitare conseguenze gravissime per la donna come le fratture di femore". Anche "a questo servono le nostre 'Piazze della salute', inaugurate proprio in questi giorni. Adottando stili di vita corretti, cominciando dalle abitudini alimentari, si possono ottenere importanti risultati. Credo poi che il binomio alimentazione e attività motoria debbano diventare uno snodo fondamentale. Sapersi alimentare è altrettanto importante del sapersi muovere".